Il Disturbo Borderline di Personalità

Il Disturbo Borderline di Personalità

Le origini del concetto di “borderline” vengono fatte risalire al periodo pre-psicanalitico, quando i primi psichiatri rivolgevano la loro attenzione alle due psicosi maggiori dell’epoca, la schizofrenia e la psicosi maniaco-depressiva. All’epoca, si cominciavano ad osservare casi al confine sempre più frequenti, pazienti, cioè, che presentavano delle forme più attenuate di schizofrenia. Le etichette utilizzate all’epoca erano, ad esempio, quelle di schizofrenia reversibile di Bleuler (1911), che utilizzava questo termine per riferirsi a quei pazienti schizofrenici che non presentavano un evidente deterioramento.

Con l’avvento della psicoanalisi, cominciò il lungo dibattito sull’analizzabilità dei pazienti, e si prestò particolare attenzione a quei soggetti che, nonostante fossero stati diagnosticati come nevrotici, mostravano in analisi marcati segni di regressione, tendenze all’acting-out e transfert disturbati che minavano il trattamento psicoterapeutico.

Per converso, pazienti inizialmente definiti psicotici si prestavano abbastanza bene all’intervento psicoanalitico. Negli anni trenta comunque si riteneva ancora che questo disturbo fosse molto vicino alla sindrome schizofrenica. Risalgono, infatti, a questo periodo le definizioni date del borderline di schizofrenia atipica di Kasanin (1933) o di schizofrenia pseudonevrotica di Hoch e Polatin (1949).

Adolph Stern (1938) evidenziava l’esistenza di un gruppo di pazienti non identificabile né con i criteri diagnostici della psicosi, né con quelli della nevrosi, li definiva al confine, borderline group of patients e descriveva i dieci sintomi caratteristici di questo disturbo clinico: narcisismo, scarsa tolleranza alle frustrazioni, rigidità psichica e corporea, reazioni terapeutiche negative, radicati sentimenti di inferiorità, masochismo, ansietà e difficoltà nell’esame di realtà, specialmente nelle relazioni interpersonali.

Grinker (1968) condusse una ricerca su circa sessanta pazienti ospedalizzati a Chicago che soffrivano di una patologia grave non facilmente diagnosticabile. L’autore delineò quattro sottotipi distinti di patologia borderline, situati lungo un continuum che andava dal versante psicotico (tipo I) a quello nevrotico (tipo IV), passando per il borderline nucleare (tipo II) e le personalità come-sé (tipo III). Tipo I: Versante psicotico A. Comportamento inappropriato non adattivo B. Problemi con l’esame di realtà e il senso di identità C. Comportamento negativo e rabbia apertamente espressa Tipo II: Nucleo della sindrome borderline A Affettività negativa pervasiva B Volubile coinvolgimento con gli altri C. Rabbia agitata D. Inconsistente identità di sè Tipo III: Gruppo “come-sè” A. Tendenza a imitare l’identità degli altri B. Anaffettività C. Comportamento più adattivo D. Relazioni carenti in spontaneità e genuinità Tipo IV: Versante nevrotico A. Depressione anaclitica B. Ansia C. Aspetti nevrotici e narcisistici .

Uno degli aspetti più significativi che le ricerche di Grinker e collaboratori misero in evidenza fu che questi pazienti non si deterioravano in una franca schizofrenia ma rimanevano “stabilmente instabili”. Gunderson e Singer (1975) identificarono sei caratteristiche cliniche del disturbo: relazioni interpersonali instabili ed intense, comportamento cronicamente autodistruttivo, paure di abbandono croniche, affettività disforica cronica, distorsioni cognitive, impulsività e scarso adattamento sociale.

Fu costruita anche un’intervista semistrutturata, la Diagnostic Interview for Borderline (DIB), che è attualmente un utile strumento utilizzato dal clinico nel difficile esame diagnostico. Spitzer (1979) gettò le basi per l’inserimento di questo disturbo nel DSM-III (1980). L’autore analizzò le due condizioni psicopatologiche in cui il termine borderline veniva utilizzato: la schizofrenia borderline, ritenuta una forma attenuata di schizofrenia per la presenza di gravi disturbi del comportamento, dell’affettività, del pensiero e delle relazioni; e una seconda sindrome che si manifestava con disturbi del carattere, degli impulsi e delle relazioni sociali.

Alla prima delle due patologie, Spitzer assegnò la denominazione di personalità schizotipica; alla seconda, invece, preferì il termine di personalità instabile. Questa classificazione è stata poi ripresa nel DSM-III (1980), in cui si distingue tra disturbo schizotipico di personalità, corrispondente alla prima sindrome descritta da Spitzer, e disturbo borderline di personalità, che ha origine, invece, dalla personalità instabile studiata dall’autore.

La patologia marginale fu poi inserita nel DSM-III, assumendo una sua dignità clinica e cessando di essere una sorta di “cestino dei rifiuti” (Gabbard, 1994). Il disturbo borderline di personalità è definito dal DSM-IV “una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’affettività con impulsività notevole, comparsa entro la prima età adulta e presente in vari contesti” .

Vengono forniti nove criteri diagnostici di cui ne occorrono al clinico almeno cinque per poter accertare la presenza di un BPD: 1. “tentativi esagitati di evitare abbandoni reali o immaginari” 2. “modalità di relazioni interpersonali instabili ed intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione” 3. “disturbo dell’identità: l’immagine di sé o il senso di sé sono disturbati in maniera marcata e persistente, o instabile” 4. “impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, uso di sostanze, guida spericolata, abbuffate” 5. “ricorrenti minacce, gesti o comportamenti suicidari, o comportamenti automutilanti” 6. “instabilità affettiva causata da una marcata reattività dell’umore (ad esempio, intensa disforia episodica, irritabilità o ansia che di solito dura poche ore e raramente supera pochi giorni)” 7. “sentimenti cronici di vuoto” 8. “rabbia immotivata e intensa o mancanza di controllo della rabbia (ad esempio, frequenti accessi d’ira, rabbia costante, ricorrenti scontri fisici)” 9. “gravi sintomi dissociativi o transitoria ideazione paranoide correlata ad eventi stressanti”.

Difficoltà a stabilire delle relazioni interpersonali stabili: oscillano dalla idealizzazione delle persone del proprio ambiente alla loro più completa svalutazione; in pratica, non esistono categorie intermedie di valutazione degli altri, i quali appaiono, pertanto, o tutti buoni o tutti cattivi. La stessa alternanza investe anche il piano emotivo, per cui essi possono passare indifferentemente dalla rabbia alle scuse.

Questi comportamenti e vissuti fortemente contraddittori vengono sperimentati anche in relazione al Sé; infatti, possono coesistere indifferentemente rappresentazioni di sé del tutto opposte che si alternano di continuo senza che il paziente ne abbia consapevolezza. Disturbi dell’identità: avvertono continuamente un profondo senso di vuoto e necessitano della presenza altrui per sentirsi in qualche modo delle persone “vive”. La sensazione di “non esistere” pervade l’esistenza di questi pazienti che, pertanto, vanno ad instaurare delle relazioni tese alla totale dipendenza dalle persone del proprio ambiente che diventano per loro assolutamente indispensabili. Infatti, di fronte a qualsiasi tipo di abbandono, reale o immaginario, i borderline avvertono un profondo senso di annientamento che li spinge spesso a trasformare l’idealizzazione dell’altro in una totale svalutazione. Esplosioni violente di rabbia, ira ed ostilità, oltre che frequenti insulti ed acting-out: il loro comportamento è, in questo senso, particolarmente impulsivo e può tradursi in una serie di atteggiamenti potenzialmente dannosi, quali l’abuso di sostanze stupefacenti, i furti, la guida spericolata, frequenti abbuffate e comportamenti sessuali indiscriminati. Ipersensibilità all’abbandono: responsabile delle intense oscillazioni emotive ed affettive che caratterizzano le relazioni di tali soggetti.

Questi sono spesso sottoposti a bruschi cambiamenti di umore, che oscillano da stati depressivi a condizioni di intensa irritabilità, associati a volte a sentimenti di profonda ansia. Gesti autolesivi e tentativi suicidari a cui si accompagna una particolare tendenza a godere degli atti di automutilazione: frequentemente possono procurarsi ferite e bruciature, riferendo di non avvertire alcun dolore, ma solo una sensazione di sollievo dall’ angoscia e dalla rabbia (Bellodi, Battaglia, Magone, 1992). Gravi sintomi dissociativi: sono frequenti rotture dell’esame di realtà e distorsioni cognitive nel contesto interpersonale, che si manifestano sottoforma di episodi deliranti di abbandono da parte delle figure più significative. In conclusione, questi pazienti “sono persone di cristallo, delicate da toccare, facili a rompersi e pericolose quando sono in frantumi” (Bellodi, Battaglia e Migone, 1992).

Analogie: senso di vuoto, frequenza dei gesti suicidari, sentimenti di solitudine e di abbandono. Gunderson (1991) Differenze 1) il diverso modo di percepire il proprio bisogno di dipendenza: i pazienti borderline sono convinti di essere autosufficienti, ma nascondono, in realtà, una storia di estrema dipendenza dagli altri; i soggetti depressi, invece, sono consapevoli del loro bisogno di aiuto, ma hanno alle spalle una storia personale di autonomia. 2) i sentimenti di colpa e vergogna: sono una caratteristica centrale della patologia depressiva e vengono sostituiti, nei soggetti borderline, da forti sentimenti di umiliazione, collegati probabilmente ai momenti in cui gli altri scoprono la loro diversità. 3) andamento fasico: mentre i disturbi dell’umore hanno prevalentemente un andamento fasico, l’affettività depressiva del borderline ha carattere diffusivo ed è fortemente dipendente dall’andamento delle relazioni interpersonali. Al centro di tale instabilità affettiva si colloca l’umore disforico, e cioè una condizione di tensione spiacevole ed irritazione, con aumentata propensione ad acting out rabbiosi.

Se la scissione viene tradizionalmente considerata il marker psicodinamico della condizione borderline, la disforia ne costituisce, invece, il marker psicopatologico. Un ulteriore problema di confusione diagnostica nasce dalla presenza, nella patologia marginale, di alcuni sintomi psicotici. È possibile che questi soggetti presentino, di tanto in tanto, delle reazioni psicotiche brevi e transitorie che, in alcuni casi, lasciano pensare ad una schizofrenia. Tali episodi psicotici sono, comunque, di natura egodistonica e consentono ai pazienti borderline di apparire sicuramente più adattati di quelli schizofrenici.

Solo le difese sono essenzialmente di natura psicotica, mentre l’esame di realtà viene, di norma, conservato. Esistono, inoltre, nei borderline delle aree dell’IO meno regredite, in cui le difese sarebbero di tipo nevrotico, e delle aree più legate a meccanismi di natura psicotica. Infine, questi soggetti possono dare, in alcuni casi, una buona immagine di sé, alternando momenti di presunta normalità ad episodi di grave patologia (Cotugno, Benedetto, 1995). Differenze con il disturbo antisociale di personalità: condivide con il disturbo borderline i sintomi dell’impulsività e della manipolatività.

Ma mentre i pazienti antisociali si ritengono soli, autonomi e forti, e considerano gli altri come delle persone vulnerabili o come degli sfruttatori, i soggetti borderline hanno un’opinione di sé altamente negativa, poiché ritengono di essere socialmente inaccettabili. Al contrario, gli altri sono figure da cui dipendere, anche se ciò non li esime dal rivolgere contro di loro la propria rabbia, nel caso in cui il bisogno personale di aiuto venga fortemente frustrato.

Inoltre, mentre gli psicopatici dirigono comunemente la loro aggressività verso l’esterno, i borderline hanno una maggiore tendenza a commettere gesti autolesivi e presentano anche forti distorsioni cognitive e sentimenti di vergogna. Differenze con il disturbo narcisistico di personalità: ha in comune con il BDP la sensibilità alla critica e l’ostilità. La differenza fondamentale tra le due tipologie di pazienti risiede, essenzialmente, nelle loro convinzioni di base: il narcisista è convinto di essere superiore agli altri, di meritare continui privilegi, mentre il borderline pensa di essere inaccettabile e vulnerabile.

Differenze con il disturbo istrionico di personalità: condivide con il BDP la manipolatività, il bisogno d’attenzione e l’emotività proiettiva. Nei pazienti istrionici, però, non ci sono né le distorsioni cognitive, né l’ostilità tipica dei soggetti borderline, ma in compenso essi si contraddistinguono per lo stato affettivo di gaiezza che è praticamente assente nei pazienti al limite.

Inoltre, il soggetto istrionico si differenzia soprattutto per la sua grande forza espressiva, che si traduce in una tendenza a caricare emozionalmente tutte le situazioni, alla scopo di affascinare le persone dell’ambiente circostante (Cotugno).

Le analogie con il disturbo post-traumatico da stress sono relative soprattutto all’eziologia che, in entrambi i casi, rimanda a delle esperienze traumatiche subite.

Differenze: mentre nel borderline gli episodi dissociativi sono di norma brevi e transitori e non associati ad amnesie o a problemi di concentrazione, nei pazienti con PTSD tali fenomeni hanno spesso la durata di alcuni mesi. Frequenti sono inoltre i momenti in cui il soggetto con disturbo post-traumatico da stress rivive il trauma subito, sottoforma di flashbacks o di malesseri psicologici.

Secondo Gunderson (1993), mentre alcune caratteristiche del PTSD possono predisporre a lungo andare ad un disturbo di personalità borderline, secondo altri autori il disturbo post-traumatico da stress potrebbe innestarsi in una personalità borderline già strutturata Analogie: sono stati osservati anche casi di pazienti al limite con sintomi di natura anoressica e soprattutto bulimica (frequenti abbuffate).

Differenze: mentre il paziente anoressico è ossessionato dall’idea di dimagrire, il soggetto borderline sembra più intenzionato a diventare anoressico, come se questa “auspicabile” condizione potesse, in qualche modo, conferirgli quel senso d’identità stabile di cui è privo. Inoltre, il BPD presenta una sintomatologia molto più variegata di quella che caratterizza i disturbi alimentari, per cui, di norma, i due disturbi si riescono a distinguere abbastanza bene (Cotugno, Benedetto, 1995).

R. Knight (1953) è tra i primi studiosi ad essersi interessato alla struttura personologica e difensiva del disturbo, analizzando, in maniera specifica, la severa debolezza dell’IO presente in questi pazienti. Secondo l’autore “gli stati borderline sono situazioni cliniche in cui le funzioni dell’IO, come i processi di pensiero secondario, la capacità d’integrazione, l’esame di realtà, il mantenimento delle relazioni oggettuali, l’adattamento all’ambiente e le difese contro impulsi inconsci primitivi, sono profondamente indebolite, ma comunque, non raggiungono la gravità delle sindromi psicotiche”.

Meissner (1984) ritiene più giusto parlare di uno spettro borderline, su cui si collocherebbero casi diversi lungo un continuum che va dal polo isterico a quello schizoide. Bergeret (1974) sostiene che l’aspetto centrale dell’organizzazione al limite è l’angoscia depressiva di perdita dell’oggetto, che determina in questi pazienti una serie di comportamenti anomali, tesi a mantenere la vicinanza a persone da cui si dipende eccessivamente. Si tratta di soggetti con un IO anaclitico, che può funzionare in maniera adeguata quando non ci sono minacce di perdite, oppure portare a reazioni psicotiche brevi e transitorie nel caso in cui il paziente sperimenti simili minacce. La storia del disturbo di personalità borderline è stata segnata da un lungo dibattito, ancora in corso, sull’ampiezza e i limiti del disturbo. La diatriba riguardava la definizione del BPD come disturbo specifico o come organizzazione di personalità ad espressività clinica polimorfa (Grinker, Masterson, Risley, Kernberg).

Kernberg (1975) sostiene l’esistenza di un’organizzazione borderline di personalità che si colloca tra nevrosi e psicosi, comune anche ad altri disturbi di personalità, come quello antisociale, narcisistico, schizoide, paranoide, infantile. Secondo l’autore “il termine organizzazione di personalità caso al limite, piuttosto che stati al limite, o altre denominazioni, descrive più esattamente questi pazienti che hanno, infatti, un’organizzazione patologica specifica, stabile della personalità e non una situazione transitoria fluttuante fra nevrosi e psicosi”. Kernberg ritiene che i pazienti con tale organizzazione di personalità possano manifestare delle brevi crisi psicotiche, soprattutto se sottoposti a grave stress o all’influsso di alcool e droghe. Come gli psicotici, utilizzano dei meccanismi di difesa molto primitivi e fortemente disadattivi che li distinguono dai comuni pazienti nevrotici e, inoltre, presentano sintomi egosintonici, cioè accettati dall’Io del soggetto che quindi non riconosce il suo disturbo

A differenza dei pazienti psicotici, però, e allo stesso modo di quelli nevrotici, i borderline preservano generalmente la loro capacità di esaminare la realtà, anche se ai reattivi psicologici possono manifestare la tendenza ad usare un tipo di pensiero vicino al processo primario. Questi pazienti caso al limite presentano un’organizzazione caratterologica cronica, né nevrotica e né psicotica, con tipiche costellazioni sintomatiche, specifici meccanismi di difesa, patologia delle relazioni oggettuali interiorizzate e particolari tratti genetico-dinamici. Kernberg (1975) propone di analizzare l’organizzazione di personalità marginale da un punto di vista descrittivo, strutturale e genetico-dinamico.

L’analisi descrittiva evidenzia che questi pazienti manifestano una serie di sintomi apparentemente nevrotici, ma che nascondono una sottostante organizzazione di personalità caso al limite. L’autore fa un elenco delle manifestazioni sintomatiche più frequenti: 1) Angoscia cronica, diffusa e libera; 2) Nevrosi polisintomatica che può manifestarsi sotto forma di fobie multiple, di sintomi ossessivi, di conversione multipla, di reazioni dissociative, di ipocondrie o di tendenze paranoiche; 3) Tendenze sessuali perverse polimorfe; 4) Strutture classiche della personalità prepsicotica (personalità paranoide, schizoide,ipomaniacale); 5) Nevrosi impulsiva e tossicomania; 6) Disturbi del carattere di “livello inferiore” (personalità infantili, “come-se”, antisociali e narcisistiche). Per Kernberg, non è tanto il quadro sintomatologico che caratterizza il disturbo, quanto gli elementi strutturali della personalità borderline .

L’analisi strutturale dell’IO è un esame che analizza quest’istanza psichica nelle sue sottostrutture e funzioni, oltre che nei suoi aspetti relativi alle relazioni oggettuali interiorizzate Gli elementi strutturali vanno ricercati in quattro caratteristiche fondamentali: 1) manifestazioni non specifiche di debolezza dell’IO; 2) spostamento verso il tipo di pensiero del processo primario; 3) meccanismi di difesa specifici al livello di organizzazione della personalità caso al limite; 4) patologia delle relazioni oggettuali interiorizzata. Aspetti non specifici di debolezza dell’Io: incapacità a controllare l’angoscia, difficoltà a controllare gli impulsi, assenza di sbocchi sublimatori sviluppati, spostamenti verso il tipo di pensiero del processo primario.

Tutto ciò, comunque, sempre all’interno di una buona capacità di effettuare l’esame di realtà. Aspetti specifici: – meccanismi di difesa primitivi tra cui la scissione che è la difesa più utilizzata e non consente ai pazienti borderline di integrare le rappresentazioni del Sé e dell’oggetto di origine aggressiva e libidica. Secondo Kernberg alla base della scissione potrebbe esserci sia un’incapacità costituzionale a sopportare l’angoscia, sia l’eccessiva intensità delle pulsioni aggressive, che non consentirebbero la sintesi delle rappresentazioni opposte.

Il paziente borderline avvertirebbe, inoltre, la necessità di preservare le immagini buone del Sé e dell’oggetto da quelle completamente cattive e, a tale scopo, si servirebbe anche di altre difese primitive; l’idealizzazione primitiva degli oggetti esterni, in modo da assicurarsi la loro protezione contro gli oggetti cattivi; l’onnipotenza e la svalutazione; l’identificazione proiettiva (nel tentativo di controllare le rappresentazioni di sé e dell’oggetto scisse e proiettate negli altri); la negazione di pensieri o sentimenti antitetici su di sé o su gli altri. – patologia delle relazioni oggettuali interiorizzate: per effetto della scissione, l’IO non riesce ad integrare le immagini oggettuali positive e negative e non riesce neanche a sperimentare depressione, preoccupazione e colpa nei confronti dell’oggetto, visto che la reazione depressiva è possibile solo in presenza di oggetti “totali” ed integrati. – grave diffusione d’identità, ovvero della mancanza di un concetto integrato del Sé e di un’immagine stabile degli oggetti totali in relazione al Sé. La dispersione d’identità, è una sindrome tipica dell’organizzazione di personalità caso al limite.

Alla base della patologia marginale sarebbe presente un’incapacità ad integrare rappresentazioni opposte di sé e dell’oggetto. Tale incapacità viene attribuita ad un eccesso di impulsi aggressivi scarsamente modulati, dovuto sia a fattori costituzionali sia a gravi carenze materne. Al fine di preservare le immagini positive di sé e degli altri dalla distruzione da parte di quest’aggressività interna, il paziente borderline opererebbe inconsciamente una scissione tra gli introietti positivi e negativi, allo scopo di separare gli aspetti contraddittori ed opposti delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto.

Questo sforzo attivo di tenere separati aspetti contrastanti ed opposti è alla base di un conflitto che, per il borderline, sembra essere di difficile risoluzione. In una successiva elaborazione, Kernberg ha collegato la patogenesi del disturbo borderline alla fissazione ad una delle fasi dello sviluppo infantile descritte dalla Mahler (1975). Secondo il modello patogenetico di Kernberg (1975), il paziente borderline rimarrebbe fissato alla sottofase del riavvicinamento che abbraccia il periodo compreso tra i sedici e i ventiquattro mesi. In questo spazio di tempo il bambino tende, di norma, a sperimentare una forte angoscia di separazione perché aumenta la sua consapevolezza di essere sempre più separato dalla madre.

Il bambino si trova così ad oscillare tra il desiderio di esplorare autonomamente il mondo circostante e il bisogno di essere protetto da eventuali pericoli. In questa difficile fase di sviluppo il bambino può sperimentare percezioni di sé e della madre spesso contrastanti, che oscillano da un’immagine buona e confortevole della figura materna ad una cattiva ed indisponibile. Non avendo superato questa fase dello sviluppo, il bambino non raggiunge la costanza d’oggetto, e cioè la capacità di integrare gli aspetti contraddittori di sé e dell’altro e di confidare sulla disponibilità della madre anche in sua assenza.

Tale modello evolutivo patologico spiegherebbe così i fenomeni di depressione abbandonica e le difficoltà nelle relazioni interpersonali che i pazienti borderline sperimentano con frequenza sul piano clinico. Le ipotesi patogenetiche possono essere considerate come varianti di due differenti concezioni: la prima concentra l’attenzione sulla centralità del conflitto, l’altra pone il deficit come elemento patogenetico fondamentale (Gabbard, 1994).

IL MODELLO DEL CONFLITTO:

Masterson e Rinsley (1975) sostengono che la “causa” del disturbo borderline di personalità è riconducibile ad una fissazione alla sottofase del riavvicinamento, ma a differenza di Kernberg, tale fissazione è dovuta ad una reale incapacità della madre a svolgere adeguatamente una buona funzione genitoriale e non ad un eccesso di aggressività costituzionale.

Le madri dei pazienti borderline sono esse stesse affette da un disturbo borderline di personalità e, pertanto, sono incapaci di favorire nel bambino il normale processo di separazione-individuazione. Tali madri invierebbero al figlio una sorta di “messaggio implicito”, in cui viene affermato che la conquista di una maggiore autonomia condurrà ad una perdita dell’amore, del sostegno e della protezione della madre nei suoi confronti. Le madri dei soggetti borderline hanno uno stile di accudimento iperprotettivo che è responsabile di un legame madre-figlio ancora di natura simbiotica.

Di conseguenza, il paziente borderline sperimenta un’intensa depressione abbandonica ogniqualvolta si confronta con la prospettiva di una separazione da una figura significativa del proprio ambiente di vita. Il soggetto borderline si trova di fronte ad un conflitto, quello tra il desiderio di essere autonomo, ma solo e senza il sostegno materno, e il bisogno di ricevere l’amore e la protezione genitoriale rinunciando, però, alla conquista della propria individualità. Il paziente borderline si servirebbe di difese primitive, come la scissione, proprio per proteggersi dalla possibilità di una depressione abbandonica o di un’indifferenziazione simbiotica.

Il modello del deficit afferma che alla base del disturbo borderline di personalità ci sia una grave carenza nelle cure parentali ricevute dal bambino durante l’infanzia, soprattutto nei primi due anni di vita. Adler e Buie (1979) sostengono che la caratteristica fondamentale del paziente borderline è un doloroso sentimento di profonda solitudine, dovuto all’impossibilità di questi soggetti di richiamare alla memoria esperienze affettive confortanti e contenenti. Tale impossibilità sarebbe causata dalla reale carenza di esperienze in cui si sia ricevuto conforto e protezione di fronte a sentimenti di grave pericolo e di intensa solitudine.

Secondo gli autori, il paziente borderline non sarebbe riuscito a sviluppare rappresentazioni oggettuali confortanti e contenenti da richiamare alla mente nei momenti di separazione dalla figura materna. Adler, notevolmente influenzato dalla teoria di Kohut (1971), ha descritto il paziente borderline come un essere alla continua ricerca di nuovi oggetti-Sé che compensino il fallimento della figura materna. Se le persone significative del proprio ambiente non riescono a svolgere adeguatamente tale funzione di oggetti-Sé, il paziente al limite sarà facilmente soggetto alla frammentazione del suo già deficitario Sé.

La differenza, però, tra il modello di Adler e Buie e quello di Kernberg e Masterson risiede nel fatto che i primi sottolineano un’effettiva mancanza di rappresentazioni oggettuali stabili, sia positive che negative, causate da una “insufficienza” delle cure parentali, mentre i secondi si focalizzano soprattutto sulla loro mancata integrazione.

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~ di simbolico su febbraio 6, 2009.

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